Proibito

Regia di Casimiro Gatto

Con Martina Aloisio, Virginia Grieco e Luigi Pulice

Scene di Andrea Magnelli
Luci e fonica di Domenico Donato

Tre storie legate al mondo dell’adolescenza, ad un’infanzia che ha perso i colori dell’innocenza, voci che partono da lontano e che si ricongiungono con quelle provenienti dalla contemporaneità. Un viaggio intimo e carico di atmosfere sull’universo giovanile, che mette in luce la solitudine, la sessualità, il desiderio di perdersi in paradisi disincantati, il rapporto con un mondo adulto, spesso e troppo precocemente emulato. Il viaggio inizia negli States, ai tempi della grande depressione, sulle rotaie di un treno con l’incontro impossibile tra una ragazza perduta e un giovane di famiglia borghese, che discutono della legge spietata del desiderio. Dall’atto unico “Proibito”, uno dei più celebri del grande drammaturgo statunitense Tennessee Williams, la tredicenne Willie cammina in bilico sui binari di una rotaia. Con le braccia aperte, di cui una tiene stretta una banana, l’altra una bambola malridotta, magra come uno stecco e bardata di vecchi orpelli, Willie si è imbrattata goffamente il viso infantile di cipria e rossetto; non ha più di tredici anni e, nonostante il trucco, le rimane addosso qualcosa di inesorabilmente infantile ed innocente. Il ragazzo Tom la contempla dai piedi del terrapieno, ha in mano un aquilone di carta rossa con una vistosa coda infiocchettata. Fra i due ragazzi nasce un dialogo che sfocia in un lungo monologo di Willie. La bambina racconta la sua vita nella casa gialla, dove ora c’è il cartello con su scritto: “Proibito l’accesso” e dove la sorella Alva ha consumato la sua breve vita. Alva è il mito di Willie e la sua perdita il suo dolore. Il dolore, il rimpianto, il coraggio di affrontare la vita sono accompagnati dal vento del sud e da un cielo di carta bianca. La scena si sposta poi ai giorni nostri con i monologhi tratti dal libro della giornalista Marida Lombardo Pijola “Ho 12 anni, faccio la cubista, mi chiamano principessa”, Storie di bulli, lolite e altri bimbi. Nessuno, prima d’ora, aveva mai raccontato e documentato la loro doppia vita. Hanno un’età compresa tra gli 11 e i 14 anni, frequentano per lo più la scuola media inferiore. Due storie autentiche riferite col ritmo del racconto d’indagine e un viaggio nei loro blog ci rivelano per la prima volta un sottosuolo quasi del tutto sconosciuto, sebbene la cronaca sempre più spesso ce ne rimandi indizi. È il mondo dei Peter Pan al contrario, disincantati, provocatori e aggressivi. Il loro regno sono le discoteche pomeridiane. Al sabato pomeriggio escono di casa, con gli abiti di tutti i giorni, annunciando ai genitori visite ad amici, passeggiate in centro, l’ultimo film di cui tutti parlano. Varcata la soglia della discoteca, la trasformazione è totale: perizoma, pelle unta d’olio perché brilli, tiratissima, sotto le luci stroboscopiche, il seno appena coperto da un top invisibile. Queste principesse del pomeriggio ballano su grandi cubi, mimando le pose oscene della lap dance. Ballano davanti agli occhi di altri coetanei, dagli sguardi voraci con in mano cellulari pronti a carpire foto e filmini. Scambi sessuali a pagamento, fumo, droga, bullismo violento, bande organizzate in strutture rigidamente piramidali che scandiscono l’erogazione di abbonamenti e ingressi e il viavai di nuove cubiste.